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02/03/2010

I costi dell'energia nucleare

Il Governo le vuole a tutti i costi. Nessuno le vuole a casa propria. Non si sa ancora come e dove smaltire le scorie, mentre il costo dello stoccaggio di quelle prodotte dalle prime cinque centrali italiane mai terminate, finisce da anni nelle nostre bollette elettriche. Un costo valutato in 3-4 miliardi di euro.

Circa trent’anni fa l’Enel andò ad impelagarsi nel progetto francese del Superphénix, il cosiddetto reattore autofertilizzante che prometteva meraviglie straordinarie. Risultato? Quel reattore non ha praticamente mai prodotto energia ed oggi è fermo e abbandonato. Il prezzo di quell’avventura (10 miliardi di euro) è stato interamente scaricato sul costo del chilovattora, anche se ben pochi utenti italiani lo sanno, magari convinti invece di pagare troppo l’energia elettrica proprio perché non abbiamo centrali atomiche in funzione.

Un altro aspetto sul quale si mente spudoratamente è quello del costo delle centrali. Per una centrale con reattore EPR, prodotto dalla francese Areva, come quelle che si vorrebbero costruire in Italia, il Governo e l' Amministratore Delegato dell’Enel, Fulvio Conti, parlano di un costo unitario di 3-3,5 miliardi di euro. Secondo l’omologo tedesco di Conti, l’ Amministratore Delegato di E.ON Bernotat, il costo sarebbe invece di 6 miliardi.

Quel che è certo è che nella già citata centrale di Olkiluoto (Finlandia) i costi inizialmente previsti sono aumentati del 77%.  Questo impianto doveva entrare in esercizio nel maggio 2009, mentre ora si prevede che ciò avverrà nell’estate del 2012. Nel frattempo il costo è passato da 3 a 5,3 miliardi di euro. Ed anche i «freddi» finlandesi hanno iniziato a surriscaldarsi, imprecando contro il reattore EPR che tanto entusiasma il Governo Berlusconi.

Ma a mettere in dubbio l’economicità del nucleare non sono solo ambientalisti convinti e sostenitori delle energie rinnovabili. Sono anche alcuni «mostri sacri» della finanza. Uno per tutti Citigroup, la più grande holding di servizi finanziari del mondo, che in un recente documento considera inaccettabili i rischi finanziari (ovviamente a Citigroup questo interessa, e nient’altro) del nucleare.

Incertezze nella fase di costruzione, costi di realizzazione ma anche di gestione, instabilità del prezzo dell’energia, elevati costi di smantellamento: sono questi i fattori che portano Citigroup a sconsigliare vivamente gli investimenti privati nel settore.

Se nucleare sarà, conferma Citigroup, esso non potrà che essere riccamente sovvenzionato dagli stati. E per sovvenzionarlo esistono solo due modi: o accettare un consistente aumento delle bollette (altro che riduzione!) o far ricadere buona parte dei costi di costruzione, gestione e smantellamento sullo stato, cioè sulla fiscalità generale, in base all’inossidabile principio della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite tipico del capitalismo reale, un capitalismo che si vorrebbe liberista ma che è invece iper-assistito.

(tratto da un articolo di Leonardo Mazzei)



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